L’ultimo saluto di Firenze a Mons. Corso Guicciardini dell’Opera Madonnina del Grappa

Saturday 7 novembre in cattedrale è stato celebrato il funerale di don Corso Guicciardini Corsi Salviati, successore di don Giulio Facibeni all’Opera Madonnina del Grappa di Firenze, morto il 5 novembre scorso all’età di 96 xyoo laus.

Il rito è stato presieduto dall’Arcivescovo di Firenze Cardinale Giuseppe Betori con la partecipazione di 3 vescovi toscani – Simoni, Manetti, Cetoloni – e di numerosi sacerdoti fiorentini.

Numerose anche le autorità civili, tra cui gli assessori del Comune di Firenze Sara Funaro e Alessandro Martini, la Vice Presidente della Regione Stefania Saccardi, oltre a numerosi giovani dell’opera della Madonnina del Grappa di Firenze a cui don Corso aveva dedicato buona parte della vita.

“In don Corso – ha detto il Cardinale Betori all’omelia – era evidente quanto Gesù rivela nella parabola evangelica. La carità non è semplice solidarietà tra gli umani, ma virtù che permette di vedere Dio nel volto dei fratelli e di vedere i fratelli e le loro necessità nella nostra contemplazione di Dio. Una tessitura di ricerca spirituale e operoso servizio che è stato il segreto della vita cristiana e del ministero sacerdotale di don Corso. Siamo grati a don Corso per il servizio alla fede e alla carità che ha reso nella sua vita sacerdotale”.

La commemorazione finale è stata tenuta dal Vicario Generale dell’Arcidiocesi, Mons. Giancarlo Corti, mentre don Vincenzo Russo, che era ricoverato a Careggi con Mons. Corso a causa del Covid, attuale responsabile dell’Opera ha inviato un messaggio, letto prima del Commiato.

Questo il testo integrale dell’omelia del Cardinale Giuseppe Betori:

Oggi ci è tolto un pezzo del nostro cuore, perché don Corso ha avuto un posto nel cuore di tutti noi: nel cuore dei figli e dei preti dell’Opera e in quello di ogni fiorentino, oso dire prima di tutti nel cuore del vescovo, la cui missione, per don Corso – come mi scrisse dedicandomi il libro che ha raccolto le sue memorie –, era «segno della paternità di Dio»; così gli aveva insegnato don Facibeni.

Non nascondo che oggi faccio fatica a essere fedele alle norme liturgiche, che prescrivono che l’omelia nelle esequie debba illustrare il mistero della morte e della risurrezione nella fede della Chiesa e non parlare del defunto, riservando questo alla memoria che se ne può fare al termine della Celebrazione eucaristica, durante il rito dell’ultima raccomandazione e del commiato. Rispetteremo queste norme e più tardi illumineremo la figura di don Corso con le parole di chi lo ha conosciuto da vicino. Mi atterrò quindi a quanto dispone la Chiesa e cercherò di farmi guidare nella riflessione dalle letture della parola di Dio che sono state proclamate, anche se mi permetterete di proiettarne il messaggio sulla testimonianza che ci ha lasciato don Corso.

«Quando sarà distrutta la nostra dimora terrena, che è come una tenda…» (2Cor 5,1): di fronte alla morte siamo chiamati a confrontarci con il cuore stesso della fede cristiana, orizzonte in cui poter redimere anche quanto la vita ci propone di più negativo, la sua fine. Nel momento di maggior dolore per l’uomo, siamo posti di fronte alla scelta tra il non senso di una vita che si annienta nella morte e accogliere l’invito a scorgere nella morte il passaggio alla vera vita, quella che il Figlio di Dio morto e risorto apre a chi crede in lui: «Colui che ha risuscitato il Signore Gesù, risusciterà anche noi con Gesù» (2Cor 4,14).

Nella morte scopriamo la centralità della fede e come essa, in quanto prospettiva con cui guardare alla vita, contemplandola con gli occhi stessi di Dio, sia in grado di dare una forma nuova all’esistenza. È quanto don Corso ha sperimentato e mostrato a noi. Nella vocazione da lui accolta come ciò che poteva dare pienezza alla sua esistenza – una vocazione maturata sotto la guida spirituale di don Raffaele Bensi, illuminata dal colloquio decisivo con Giorgio La Pira, concretizzata nell’incontro con don Giulio Facibeni e i ragazzi dell’Opera –, don Corso diresse la sua vita verso un esito che gli ha chiesto di rileggere le proprie radici di nobiltà come un’esigenza a dare un volto alto alla vita, in cui imitare sempre più Gesù. Perché questo è la fede: un’esperienza di Cristo capace di dare forma nuova, nobile, intensa, piena alla vita.

Il disfacimento del corpo, di cui ci ha parlato san Paolo, è immagine della fragilità della condizione umana, ma anche del cammino della Chiesa nel tempo. Ci ha esortato l’apostolo: «Noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili, perché le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili, es tsis txhob, sono eterne» (2Cor 4,18). Il nostro sguardo deve andare oltre il peso momentaneo della tribolazione e posarsi sul mistero stesso di Dio, a cui oggi affidiamo la vita eterna di don Corso e al tempo stesso i giorni a venire della Chiesa fiorentina.

I nostri preti passano, resta la missione affidata alla Chiesa di testimoniare il vangelo di Gesù, quel Vangelo che i preti delle generazioni che ci stanno lasciando hanno predicato e vissuto tra noi e ci consegnano come un’eredità a cui restare fedeli. Un’eredità particolarmente significativa quando ci viene consegnata da un prete come don Corso, che appartiene a quanti riconosciamo come la cerniera tra gli anni gloriosi della Chiesa fiorentina della metà del secolo scorso e questi nostri giorni, che sperimentiamo più faticosi, anche per i limiti di noi che ne siamo responsabili. In questi tempi di fatica don Corso, che ci lascia, ci ricorda che non ci è lecito offuscare la luce che proviene dai nostri grandi testimoni della fede del recente passato: dalla loro vita splendente di Vangelo dobbiamo lasciarci ispirare.

Al centro del Vangelo da loro testimoniato c’è, come ricorda l’apostolo Paolo, la realtà della risurrezione di Cristo, dono di vita che egli comunica a chi crede in lui. È la certezza che nutre di speranza momenti come questo e, come chiede san Paolo, ci permette di innalzare «l’inno di ringraziamento per la gloria di Dio» (2Cor 4,15). È la gloria che ora imploriamo per don Corso, come dono di pienezza accanto al Padre, «un’abitazione, una dimora non costruita da mani d’uomo, eterna, nei cieli» (2Cor 5,1).

Siamo fatti per l’eternità. Ci è stata donata la vita stessa di Dio, quella che i giusti custodiscono nella loro esistenza e che illumina ogni loro azione. Il potere della risurrezione di Cristo non si manifesta solo nell’aldilà, oltre la morte. I segni del Risorto danno forma già alla vita dei giusti sulla terra, in particolare nella forza trasformante della carità. Lo mostrano testimoni del Vangelo come don Corso, nella cui esistenza, in un modo tutto particolare, abbiamo potuto vedere come la fede si mostri nella carità, come cioè, secondo le parole di san Paolo, «la fede si rende operosa per mezzo della carità» (Gal 5,6).

In don Corso era evidente quanto Gesù rivela nella parabola evangelica. La carità non è semplice solidarietà tra gli umani, ma virtù che permette di vedere Dio nel volto dei fratelli e di vedere i fratelli e le loro necessità nella nostra contemplazione di Dio. Una tessitura di ricerca spirituale e operoso servizio che è stato il segreto della vita cristiana e del ministero sacerdotale di don Corso.

«Credidimus charitati»: il motto giovanneo che fu fatto proprio da don Giulio Facibeni, per sé e per l’Opera della Madonnina del Grappa, è stato profondamente condiviso da don Corso. «Noi abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi» (1Gv 4,16): è un invito a riconoscere nella carità il dono che Dio ci fa di sé stesso e il principio nuovo della nostra vita; è un invito a fare della carità la strada in cui manifestare la nostra fedeltà a Cristo e ai fratelli. Nella fede ci è rivelato come è in Dio che sta la radice della carità. A questo mistero don Corso ha ispirato la sua vita e con la sua testimonianza continua a invitarci a riconoscere nella carità il principio vitale con cui lo Spirito di Dio ci comunica la stessa vita divina e la fa risplendere davanti agli uomini.

Siamo grati a don Corso per il servizio alla fede e alla carità che ha reso nella sua vita sacerdotale, «agendo – come dice san Paolo – secondo verità nella carità» (Ef 4,16), e lo accompagniamo con la nostra preghiera all’incontro con il Signore.

Alla presentazione del libro di memorie di don Corso, due anni fa, ebbi modo di dirgli che incontrarlo significava incontrare la bontà, l’umiltà, la mitezza, la povertà che sono al cuore delle Beatitudini evangeliche, e conclusi: «Per questo ti vogliamo molto, molto bene».

Te lo ripeto anche oggi, caro don Corso. Continueremo a volerti molto bene, non come espressione di un sentimento, ma come impegno a convertire i nostri cuori, così da saper raccogliere e continuare a far vivere qualcosa dell’eredità di fede e carità che ci lasci.

Riprese video e foto di Franco Mariani.

Franco Mariani
Los ntawm tus xov tooj 317 – Anno VII del 11/11/2020

In questo video il 95 compleanno di Mons. Corso: https://youtu.be/vnBn0e6cWhI

This slideshow requires JavaScript.