Torna restaurata all’Opera del Duomo di Firenze la Porta Sud del Battistero realizzata da Andrea Pisano

Al termine del restauro della più antica delle tre monumentali Porte in bronzo e oro del Battistero di Firenze, la Porta Sud, realizzata quasi 700 anni fa da Andrea Pisano, uno dei maggiori artisti del Trecento, discepolo e collaboratore di Giotto, la porta è finalmente ritornata a casa, non al Battistero ma nel museo dell’Opera del Duomo dove sarà ora conservata, ed esposta in tutta la sua bellezza, con le altre sue due sorelle.

Infatti per la prima volta le tre Porte del Battistero, tra cui la celebre Porta del Paradiso, saranno visibili, una accanto all’altra nella Sala del Paradiso del Museo dell’Opera del Duomo.

Uno spettacolo unico al mondo.

L’intervento è stato possibile grazie all’Opera di Santa Maria del Fiore, di cui il Museo dell’Opera del Duomo fa parte, che ha finanziato con un milione e mezzo di euro il restauro, lo smontaggio, il trasporto e la collocazione nel museo.

Con la Porta Sud si conclude un ciclo di restauri iniziato nel 1978, diretti ed eseguiti dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, che ha riguardato le tre monumentali Porte del Battistero di Firenze a partire dalla Porta del Paradiso (1978 – 2012), la Porta Nord (2013 – 2015) e la Porta Sud (2016 – 2019).

Il restauro della più antica Porta del Battistero, durato tre anni, ha riportato alla luce la bellissima doratura non più visibile e allo stesso tempo ha recuperato i meravigliosi dettagli delle parti scultoree, realizzati con una cura talmente appassionata da farli sembrare una “preghiera”.

Durante la tragica alluvione del 1966, la Porta fu gravemente danneggiata: l’anta destra quasi spaccata in due da una grave lesione trasversale, formatasi probabilmente su un difetto di fusione già esistente; alcune formelle caddero per terra e andò perduta una delle 48 teste leonine, trascinata forse via dalla violenta corrente dell’acqua.

La collocazione nel Museo dell’Opera del Duomo delle tre Porte del Battistero dopo il restauro, all’interno di grandi teche, si è resa necessaria per motivi conservativi.

Sul Battistero gli originali sono stati sostituiti da copie realizzate dalla Galleria Frilli di Firenze, finanziate dall’Opera di Santa Maria del Fiore e per la Porta del Paradiso del mecenate Choichiro Motoyama e per la Porta Nord con il sostegno della Guild of the Dome Association.

Al celebre scultore del Trecento Andrea Pisano, si deve la più antica delle tre Porte del Battistero di Firenze, realizzata tra il 1330 e il 1336. Un gigante in bronzo e oro di circa 8 tonnellate di peso per 4 metri e 94 cm di altezza e 2,95 di larghezza. Il committente, la potente Arte di Calimala ovvero dei mercanti, per la complessa fusione dell’intelaiatura delle due ante dovette ricorrere a esperti fonditori veneziani quali Leonardo di Avanzo  e collaboratori. Andrea Pisano, definito “maestro delle porte”, eseguirà le 28 formelle della Porta di cui 20 con episodi della vita di San Giovanni Battista, patrono del Battistero e della città di Firenze, e 8 con figure emblematiche. L’ordine di lettura è dall’alto verso il basso e da sinistra verso destra. Sull’anta di sinistra sono rappresentati gli episodi relativi al ruolo di profeta del Battista, mentre a destra quelli del martirio. Le formelle sono intervallate da 74 fregi dorati, ognuno decorato con rosette alternate a diamanti, mentre ai vertici dei quadrilobi, contenenti le scene, si trovano 48 teste di leone. Sulla parte alta della porta è presente la firma dell’artista: “ANDREAS UGOLINI NINI DE PISIS ME FECIT A.D.M.CCC.XXX” (Andrea figlio di Ugolino figlio di Nino di Pisa mi ha fatto nell’anno del Signore 1330).

Il restauro odierno della Porta di Andrea Pisano, a cura del Settore Bronzi dell’Opificio delle Pietre Dure, è stato eseguito in base al protocollo applicato alla prima Porta del Ghiberti con varianti rispetto alle diverse situazioni riscontrate.

L’intervento – che ha coinvolto un’equipe di 14 restauratori, oltre che esperti scientifici e altre professionalità tecniche – ha portato alla luce ciò che resta della splendida doratura originale sulle parti scultoree delle formelle, dei profili e di molti particolari decorativi, nascosta sotto spessi strati di deposito e alterazioni di color verde della lega metallica.

Lo stato di conservazione della doratura è risultato molto differenziato: alcune formelle hanno un deposito di oro consistente, altre discontinuo, e in alcuni casi è molto lacunoso. Nella parte inferiore della Porta alcuni rilievi sporgenti sono risultati consunti dal contatto con le mani che li hanno privati della doratura e della patina di ossidazione del bronzo.  Dopo le indagini diagnostiche iniziali, in particolare quelle termografiche che hanno evidenziato varie criticità strutturali, è stato eseguito il lavaggio mediante nebulizzazione e micro vaporizzazione. Le parti dorate ad amalgama di mercurio sono state trattate con ablazione laser. Le zone non dorate del fronte, il retro e gli spessori dei battenti sono stati puliti con diverse tipologie di pulitura meccanica. Particolarmente efficace in fase di rifinitura è stato l’uso della crio sabbiatura (pulitura criogenica) che si avvale di ghiaccio secco utilizzato con aria compressa per eliminare, in parti difficilmente accessibili, residui di materiali di deposito e alterazioni.

Le tre Porte del Battistero sono state restaurate prima d’ora solo una volta, tra il 1946 e il 1948, al loro rientro a Firenze dopo essere state smontate e portate in un luogo segreto per proteggerle dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale.

 Ad Andrea Pisano saranno affidate le più importanti imprese scultoree fiorentine del secolo. Dopo la morte di Giotto nel 1337, verrà incaricato di portare avanti i lavori del Campanile, iniziato dal celebre pittore, nonché la decorazione scultorea della torre campanaria. Negli anni quaranta del Trecento, con l’aiuto di collaboratori, Andrea realizzerà otto delle grandi statue del Campanile e 48 dei 52 rilievi; nei primi di questi – quelli della facciata occidentale – si è probabilmente servito di disegni lasciati da Giotto. Gli originali sia delle statue che dei rilievi sono esposti al Museo dell’Opera.

Mattia Lattanzi
Dal numero 275 – Anno VI del 11/12/2019

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LA PORTA DEL PARADISO

Secondo il Vasari fu Michelangelo a darle il nome di Porta del Paradiso: “elle son tanto belle che starebbon bene alle porte del  Paradiso”. Al Ghiberti occorsero 27 anni per realizzarla in bronzo e oro, e quando i committenti la videro, tale era la bellezza che decisero di metterla nel posto d’onore, sul lato orientale che guarda la Cattedrale, il Paradisium.

La Porta del Paradiso è tornata visibile al pubblico alla fine del 2012 nel Museo dell’Opera del Duomo, dopo un restauro senza eguali per complessità durato per un lungo periodo di 27 anni, che ha permesso di salvare la doratura da distruzione sicura. Diretto ed eseguito dall’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, su incarico dell’Opera di Santa Maria del Fiore, il restauro è stato possibile grazie ai finanziamenti del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e al contributo dell’Associazione Friends of Florence.

La Porta del Paradiso – del peso di 8 tonnellate, alta 5 metri e venti, larga 3 metri e dieci, dello spessore di 11 centimetri – è stata collocata all’interno di una grande teca appositamente progettata.

Terza in ordine di tempo, dopo quelle di Andrea Pisano (1330 – 1336) e la Nord dello stesso Ghiberti (1402 -1424), la Porta del Paradiso fu commissionata all’artista dalla potente Arte di Calimala nel 1425, appena un anno dopo aver terminato l’altra. Una vera e propria impresa epica che vedrà impegnato il Ghiberti dal 1426 al 1452,  affiancato negli anni da numerosi collaboratori del calibro di Donatello, Michelozzo, Luca della Robbia, Benozzo Gozzoli, Bernardo Cennini.

Con la Porta del Paradiso il progetto trecentesco che prevedeva tre porte per il Battistero di uguale formato, con le storie organizzate secondo 28 riquadri contenenti dei quadrifogli gotici, cambia radicalmente. Ghiberti elimina i quadrifogli e riduce i riquadri a 10 e su ognuno di loro rappresenta diversi episodi tratti dell’Antico Testamento, oltre ad un fregio composto da 48 elementi con teste e figure intere di profeti e sibille, tra cui il suo autoritratto.

LA PORTA NORD

Considerata l’opera che apre la stagione del Rinascimento a Firenze, la Porta Nord del Battistero è la seconda in ordine di tempo (1402 – 1424), dopo quella di Andrea Pisano (1330 -1336) e prima della Porta del Paradiso (1425 – 1452). Verosimilmente l’intenzione della ricca corporazione dei Mercanti, l’Arte di Calimala, era di far realizzare le Porte del Battistero una dietro l’altra, ma una serie di avvenimenti, tra cui la peste del 1348, fermarono questo progetto che fu ripreso solo nel 1400, quando fu deciso di indire un concorso per la seconda porta del Battistero. Vi parteciperanno oltre al Ghiberti, Filippo Brunelleschi, suo principale rivale, Simone da Colle, Niccolò d’Arezzo, Jacopo della Quercia da Siena, Francesco di Valdambrino e Niccolò Lamberti. Agli artisti fu chiesto di realizzare una Formella, in un anno, con il tema del Sacrificio di Isacco. Lorenzo di Bartoluccio Ghiberti (1378-1455), detto anche “Nencio” vincerà il concorso a soli 23 anni e lavorerà per il resto della vita alle porte del Battistero che lo renderanno ricco e famoso. Per la sua opera sarà lautamente pagato tanto da permettersi un gruppo di collaboratori, tra cui artisti affermati come il padre orefice Bartoluccio, Donatello, Michelozzo e giovani apprendisti come Paolo Uccello.

Di eguali dimensioni monumentali della Porta del Paradiso, 3 metri di larghezza per 5 di altezza, ognuna delle 2 ante è del peso di oltre 4 tonnellate, per un totale circa di 9. Ghiberti ha ripreso lo schema della Porta Sud di Andrea Pisano con 28 formelle dalla medesima forma quadrilobata, ma notevoli sono le differenze. Nei più di venti anni che Lorenzo e la sua bottega lavoreranno a questa impresa lo stile ghibertiano evolverà da quello gotico delle prime scene a quello rinascimentale delle ultime.

LA PORTA SUD

Al più celebre scultore del Trecento,  Andrea Pisano, si deve la più antica delle tre Porte del Battistero di Firenze, realizzata tra il 1330 e il 1336. Un gigante in bronzo e oro di circa 8 tonnellate di peso per 4 metri e 94 cm di altezza e 2,95 di larghezza. Un capolavoro dove a suscitare meraviglia e a lasciare incantati è la cura con cui sono stati realizzati i dettagli delle parti scultoree dorate, anche laddove non sono  visibili ad occhio nudo.

Denominata Porta Sud – anche se originariamente si trovava ad est di fronte all’ingresso della Cattedrale, dove fu sostituita prima dalla Porta Nord e poi da quella del Paradiso – all’impresa prenderà parte anche il veneziano Leonardo di Avanzo che si occuperà della complessa fusione dell’intelaiatura delle due ante.

Andrea Pisano, chiamato nei documenti dell’epoca “maestro delle porte”,  e i suoi collaboratori eseguiranno 28 formelle con 20 episodi della vita di San Giovanni Battista, patrono del Battistero e della città di Firenze, e 8 figure emblematiche. L’ordine di lettura è dall’alto verso il basso e da sinistra verso destra. Sull’anta di sinistra gli episodi sono relativi al ruolo di profeta del Battista, a destra quelli del martirio. Riferimenti iconografici fondamentali per questa opera furono sicuramente: la vita di San Giovanni Battista del ciclo di mosaici del Battistero e gli affreschi di Giotto nella Cappella Peruzzi in Santa Croce a Firenze.

Le 28 formelle della Porta sono intervallate da 74 fregi, ognuno decorato con rosette alternate a diamanti, mentre ai vertici dei quadrilobi, contenenti le scene, ci sono 48 teste leonine. Sulla parte alta della porta è presente la firma dell’artista: “ANDREAS UGOLINI NINI DE PISIS ME FECIT A.D.M.CCC.XXX” (Andrea figlio di Ugolino figlio di Nino di Pisa mi ha fatto nell’anno del Signore 1330).

Lo stile dell’ultimo Giotto è chiaramente leggibile nelle figure e nelle composizioni di Andrea, e non è da escludere che il grande maestro abbia disegnato qualcuna delle scene, o quantomeno offerto spunti per l’organizzazione spaziale e narrativa delle singole formelle e per l’invenzione delle figure che le compongono. Ad Andrea Pisano saranno affidate le più importanti imprese scultoree fiorentine del secolo: a fianco di Giotto, e su suo disegno, realizzerà 48 formelle su 52 del Campanile della Cattedrale (oggi gli originali sono visibili nel Museo dell’Opera del Duomo), e poi alla morte del grande pittore, nel 1337, sovrintederà la costruzione dell’edificio stesso.

Le Porte del Battistero non lasceranno mai la loro collocazione originale fino al 1943 quando, a causa della seconda guerra mondiale, saranno rimosse per ragioni di sicurezza e portate al sicuro sotto una galleria ferroviaria a Incisa Valdarno. Torneranno in Battistero nel 1948 dopo un restauro iniziato nel 1946 ed eseguito da Bruno Bearzi, nel Gabinetto di restauro della Galleria degli Uffizi, che porterà alla luce la mitica doratura al mercurio, da secoli nascosta sotto lo sporco e una vernice nera apposta nel 1772.

Scampate alla guerra, le Porte saranno danneggiate dall’alluvione del 1966: l’urto dell’acqua sarà talmente violento da aprire le ante della Porta del Paradiso e della Porta Nord e far cadere alcune formelle (della Porta del Paradiso cadranno 6 pannelli dal telaio di bronzo, due in alto, due centrali e due in basso, che il Ghiberti aveva incastrato su misura). La Porta Sud, invece, rimase chiusa e per questo la forza dell’acqua, oltre a far cadere alcune formelle e una delle 48 teste di leone andata perduta, creò una grave lesione trasversale, spaccando quasi in due la Porta.

Dopo l’alluvione, ripuliti dalla nafta e dal fango, i pannelli distaccati furono rimontati sulla Porte. Ben presto a contatto con l’inquinamento atmosferico le dorature delle Porte ripresero ad offuscarsi.

Per questo nel 1978, l’allora soprintendete dell’Opificio delle Pietre Dure, Umberto Baldini, decise di fare una campagna diagnostica per accertare le cause del deterioramento e studiare un intervento partendo dalla Porta del Paradiso. Un primo pannello fu portato all’Opificio nel 1979.

Fu scelto di pulire i pannelli della Porta del Paradiso distaccati dall’alluvione con un lavaggio in una soluzione di sali di Rochelle, in grado di rimuovere lo sporco e i sali solubili: “Ma fu chiaro, afferma Marco Ciatti Soprintendente dell’Opificio delle Pietre Dure, che in presenza di umidità, l’instabilità chimica del bronzo-oro portava al riprodursi dei sali e che la Porta del Paradiso non poteva più stare all’esterno”.

Nel 1990 l’intera Porta del Paradiso fu trasportata all’Opificio e al suo posto collocata una replica, realizzata grazie alla generosità del mecenate giapponese Choichiro Motoyama. La replica fu fusa a Firenze da Aldo Marinelli della Galleria Frilli, su calchi eseguiti al tempo del restauro del dopoguerra, e trasportata a Parigi per esser dorata con il metodo ad amalgama di mercurio “fuori legge” in Italia per la sua tossicità.

Dopo una pausa dovuta ad altri importanti impegni del settore bronzi dell’Opificio, i lavori sono ripresi nel 1996. Il distaccamento degli altri 4 pannelli della Porta, non divelti dall’Alluvione, si rivelò impossibile e per questo fu deciso di studiare un nuovo metodo di pulitura che evitasse lo smontaggio dei restanti 48 rilievi della cornice.

La soluzione arrivò nel 2000, quando l’Istituto di Fisica Applicata del CNR di Firenze riuscì a mettere a punto un nuovo laser in grado di “bruciare” i depositi presenti sull’oro, con un tempo di azione così ridotto, che il calore non ha modo di propagarsi al bronzo. La pulitura della Porta all’Opificio è così potuta andare avanti più rapidamente, Il restauro della Porta del Paradiso è finito nel 2012.

A seguire su commissione e finanziamento dell’Opera di Santa Maria del Fiore sono state restaurate anche le altre due Porte del Battistero dall’Opificio delle Pietre Dure: la Porta Nord tra il 2013 e il 2015 e la Porta Sud tra il 2016 e il 2019.

Le tre Porte ora sono conservate nel Museo dell’Opera del Duomo dentro a delle teche progettate appositamente.

Le teche sono necessarie perché le Porte devono essere conservate in condizioni costanti di bassa umidità, per evitare il formarsi di sali instabili tra la superficie del bronzo e la pellicola dorata, che salendo, sollevano e perforano l’oro causandone la distruzione.

CRONOLOGIA PORTA SUD

1330 – 1336, Arco di tempo in cui Andrea Pisano realizza la prima Porta del Battistero di Firenze su commissione della potente Arte dei Calimala, la corporazione che riuniva i mercanti.

29 novembre 1322, Un documento parla delle porte per il Battistero da fare in legno ricoperto di metallo, nominando l’artista senese Tino di Camaino come il maestro da chiamare a realizzare l’opera.

6 novembre 1329, A seguito di considerazioni non conosciute, i consoli dell’Arte di Calimala optano per una porta con le caratteristiche della Porta Sud: interamente fusa in bronzo, cesellata a ferro e parzialmente dorata. A questo scopo viene incaricato l’orefice Piero di Jacopo di recarsi a Pisa per vedere e ritrarre le porte del Duomo e a Venezia per trovare specialisti in grado di realizzare la fusione: “dipoi vadia a Venezia a cercare il maestro che le faccia, e trovandolo che lui deve essere il maestro a lavorare la forma di detta porta di metallo…”.

22 gennaio 1330, è documentata per la prima volta la presenza di Andrea Pisano, chiamato “maestro delle porte”. Probabilmente fu lo stesso Giotto a proporre all’Arte di Calimala il nome dello scultore Andrea Pisano, ancora poco noto ma suo discepolo e collaboratore.

2 aprile 1330, i modelli di cera risultano conclusi. In questa fase è attestata anche la presenza del maestro veneziano Leonardo di Avanzo e collaboratori che si occupereranno della complessa fusione dell’intelaiatura delle due ante della Porta.

1332, Leonardo di Avanzo viene pagato per il lavoro svolto sulla Porta Sud. E’ ragionevole pensare che alla fine di quest’anno il lavoro di fusione della Porta fosse terminato.

1332/1333, vari pagamenti ad Andrea e ai suoi collaboratori per lavori di rifinitura, cesellatura e doratura.

24 luglio 1333, Andrea si impegna a modellare, fondere e dorare  le teste leonine delle cornici.

8 agosto 1335, intervento di Andrea per la rettifica di un difetto di fusione: “Le porte erano così torte che non si potevano usare”.

CRONOLOGIA PORTE DEL BATTISTERO DI FIRENZE

 1330-1336, Andrea Pisano realizza la prima Porta del Battistero di Firenze: la Porta Sud. Originariamente eseguita per la Porta Est, di fronte alla facciata del Duomo, dove oggi si trova la Porta del Paradiso, sarà spostata a Sud nel 1424 e prima ancora nel lato Nord. Vi sono rappresentate Storie di San Giovanni Battista, patrono della città di Firenze e del Battistero stesso.

 1401, la potente corporazione dell’Arte di Calimala o dei Mercanti indice un concorso per la realizzazione della seconda Porta del Battistero di Firenze: la Porta Nord. Parteciperanno al concorso, oltre a Lorenzo Ghiberti e Filippo Brunelleschi, Simone da Colle, Niccolò d’Arezzo, Jacopo della Quercia da Siena, Francesco di Valdambrino e Niccolò Lamberti. Ogni artista è chiamato a realizzare una formella avente come soggetto Il Sacrificio di Isacco con la medesima quantità di bronzo e nello stesso periodo di tempo, ovvero un anno. Al Museo del Bargello a Firenze sono conservate le due formelle del concorso di Lorenzo Ghiberti e Filippo Brunelleschi.

 1402, Lorenzo di Bartoluccio Ghiberti (1378-1455) detto anche “Nencio” (diminutivo di Lorenzo) è decretato vincitore del concorso a soli 23 anni: lavorerà per il resto della vita a questa porta e alla successiva Nord.

 1403, dopo aver stipulato il contratto, in data 23 novembre 1403, Ghiberti inizia a lavorare alla realizzazione della Porta Nord.

 1424, il 29 aprile la Porta Nord è terminata ed è messa al posto di quella di Andrea Pisano, davanti alla facciata del Duomo.

 1425, l’Arte di Calimala commissiona al Ghiberti la terza Porta del Battistero, detta Porta del Paradiso, questa volta senza indire un concorso ma su incarico diretto.

 1452, la Porta del Paradiso è dichiarata finita in aprile. Il 16 giugno sarà deciso di collocarla sul lato Est del Battistero al posto della Porta Nord, il posto d’onore di fronte al Duomo. In luglio la Porta del Paradiso è messa in opera.

 

Il restauro della Porta di Andrea Pisano, iniziato nell’aprile 2016, conclude il ciclo di interventi realizzati dall’Opificio sulle Porte monumentali del Battistero fiorentino.

 

Stato di conservazione

La Porta era coperta da spessi strati di prodotti di deposito che unitamente alle alterazioni della lega metallica offuscavano l’intera superficie, nascondendo le dorature presenti sul modellato delle formelle, dei profili e molti particolari decorativi.

I prodotti di deposito erano particolarmente concentrati sui piani orizzontali aggettanti e in tutte le dentellature che decorano i riquadri. Le alterazioni di colore verde, tipiche dei prodotti di corrosione del rame, erano distribuite su tutta la superficie risultando più evidenti in molti dei fondi delle formelle, in particolare sui piani delle formelle nella parte alta dei due battenti.

Molti degli aggetti del modellato delle parti inferiori sono consunte, poiché risultano alla portata dei visitatori e il contatto delle mani ha privato il metallo della doratura e della patina di ossidazione, evidenziandone piuttosto la struttura interna. Affiora per questo in molte zone una lega di tono giallo che, pur essendo di una tonalità più fredda dell’oro, si alterna cromaticamente ai residui di doratura quasi confondendo la percezione di quest’ultima.

Nel 1966, in occasione dell’alluvione, questa porta fu particolarmente danneggiata, infatti l’anta destra, si ruppe percorrendo le linee di una cricca di fusione, si frantumarono in più parti i listelli della battuta centrale, caddero diverse formelle e per questo motivo purtroppo venne perduta una delle teste di leone trascinata via dalla corrente.

A oggi è possibile notare nel battente destro, in corrispondenza delle formelle che raffigurano la Carità e l’Umiltà, la crepa che attraversa il fondo e che risulta ben visibile nel retro dell’anta. Per tale ragione prima della movimentazione è stato realizzato un supporto apposito, in grado di sostenere adeguatamente il battente. Sappiamo dai documenti che in questa zona venne proposta e poi effettuata una importante riparazione. Tale intervento venne supervisionato da Bruno Bearzi, autore delle puliture eseguite sulle Porte fra il 1946 e il 1948 e delle altre numerose riparazioni necessarie per riparare i danni occorsi con l’alluvione.

 

L’intervento di restauro

L’intervento di restauro dell’Opificio, interamente sostenuto economicamente dall’Opera del Duomo, è stato realizzato nei laboratori del Settore Bronzi con una durata di circa tre anni. Ha visto coinvolta un’equipe di quattordici restauratori oltre a esperti scientifici e altre professionalità tecniche.

Alcune fasi iniziali (una prima spolveratura, analisi e prelievi preliminari) sono state effettuate quando la porta era ancora in loco. Particolarmente utili ai fini della complessa movimentazione della porta dal Battistero fino ai laboratori dell’Opificio in via degli Alfani, avvenuta il 16 aprile 2016, sono state le indagini termografiche che hanno evidenziato e individuato varie criticità strutturali. Il restauro si è avvalso del protocollo operativo applicato per la Porta Nord di Lorenzo Ghiberti, con le varianti conseguenti alle diverse situazioni riscontrate e ad alcune implementazioni operative.

Nei laboratori dell’Opificio, dopo il lavaggio mediante nebulizzazione e micro vaporizzazione, differenziata fra fronte e retro, sono iniziate le prove di pulitura. Le parti dorate ad amalgama di mercurio sono state trattate con ablazione laser, applicato a regimi contenuti. Lo stato di conservazione della doratura dopo la pulitura è risultato molto differenziato: alcune formelle hanno un deposito di oro consistente altre discontinuo e in alcuni casi molto lacunoso.

Le zone non dorate del fronte, il retro e gli spessori dei battenti sono stati puliti con diverse tipologie di pulitura meccanica impiegando bisturi, vari utensili realizzati ad hoc, strumenti ad aria compressa a percussione variabile e ablatori ad ultrasuoni. La pulitura meccanica è stata impiegata anche per i cardini in ferro, poi trattati con convertitore e infine protetti con cera microcristallina.

Per la rifinitura, o per rendere meno tenaci alcune incrostazioni, sono state applicate soluzioni gelificate addizionate di complessanti, poi accuratamente risciacquate. Questo ha consentito di ridurre l’impiego dei solventi allo sgrassaggio finale.

Sono stati smontati agevolmente alcuni elementi: nel battente sinistro la formella con la storia di Zaccaria ammutito, caduta dopo l’alluvione e rimontata da Bearzi mediante quattro perni, e due tondi del retro, smontati mediante una semplice rotazione; nel battente destro un fregio, che era parzialmente svincolato dall’alveo di contenimento, e una formellina con testa di leone che era stata rimontata da Bearzi mediante due viti.

Per portare a termine le operazioni di rifinitura della Porta sud, si è rivelata particolarmente efficace la criosabbiatura che è stata impiegata in modo esteso per la conclusione della pulitura del retro e per la rifinitura dei dentelli che decorano il perimetro quadrangolare dell’alveo contenente le formelle. Questa tecnica di pulitura, approfondita grazie a studi del laboratorio scientifico e ad altri lavori effettuati in parallelo nel settore, è risultata molto efficace per eliminare in modo puntuale, in parti difficilmente accessibili, residui di materiali di deposito e alterazioni. Dopo lo sgrassaggio le superfici non dorate sono state protette con cera microcristallina.

Per quanto riguarda la diagnostica in questo intervento ci si è avvalsi di indagini fotografiche HIM, della termografia, di una campagna molto estesa di misurazioni XRF e di alcuni esami innovativi e molto specifici con neutroni e muoni, effettuati a Oxford sui cinque elementi smontati.

Parallelamente alle varie fasi dell’intervento è stato effettuato lo studio diagnostico per cercare di interpretare le tecnologie esecutive dei vari elementi costituenti i due battenti e la mappatura.

Un capolavoro nato dalla competizione

 

Timothy Verdon, Direttore Museo dell’Opera del Duomo

 

Tutti sanno del concorso che all’inizio del Quattrocento ha assegnato la seconda porta bronzea del Battistero a Lorenzo Ghiberti, che appena diciannovenne, batté Filippo Brunelleschi ed altri per ottenere la commissione. Anche la prima porta, realizzata da Andrea Pisano tra il 1330-1336, nacque in un clima di competizione. Firenze, che nel 1289 a Campaldino aveva condotto i guelfi della Toscana a vittoria, voleva dimostrare anche nell’arte monumentale la sua superiorità alle altre città stato della regione. Così, oltre all’enorme nuova cattedrale iniziata appena sette anni dopo Campaldino – nel 1296 – negli anni 1300-1310 cominciò a decorarne la facciata con statue e rilievi di Arnolfo di Cambio, come risposta a quelle realizzate da Giovanni Pisano pochi anni prima per la cattedrale senese. Poi, tra gli anni 1320-1330 mise mano al Battistero, già ultimato da più di una generazione, ma sprovvisto di sculture esterne; l’idea della porta bronzea prende forma in questo momento.

Dopo l’oro e l’argento, il bronzo era la materia più nobile e costosa con cui si potevano fare porte monumentali. In Sicilia, in Italia meridionale, a Verona e a Venezia c’erano porte bronzee, ma l’unica chiesa in Toscana ad averne era la Primaziale di Pisa, dove si ammira ancora quella di Bonanno Pisano, della fine del XII secolo. La decisione dell’Arte di Calimala di fare una porta di bronzo per il Battistero fiorentino era dunque una sorta di sfida all’interno dell’antica rivalità con la Repubblica marinara: Firenze avrebbe prodotto porte più magnifiche e più moderne di quelle romaniche pisane.

Ci fu anche un’altra ‘competizione’ più vicino a casa: quella tra le due più importanti ‘arti’ ossia corporazioni fiorentine, l’Arte di Calmala e l’Arte della Lana. Calimala, che nel Duecento aveva portato a termine la costruzione del Battistero, nei decenni successivi al 1296 vide minacciato il suo prestigio dal magnifico inizio dato dall’Arte della Lana al nuovo Duomo, dove la decorazione scultorea segnava la coeva svolta dai modi bizantini verso un’arte più naturale. Moderne erano le statue di Arnolfo per la facciata di Santa Maria del Fiore, arcaiche invece i mosaici duecenteschi in San Giovanni. Così già negli anni 1310-1320 Calimala commissiona a uno scultore che aveva lavorato sulla facciata iniziata da Giovanni Pisano a Siena, Tino di Camaino, statue per i portali del Battistero di grandezza più che il naturale, i cui resti sono oggi al Museo dell’Opera.

Data però la difficoltà – con poche anche se avanguardistiche sculture – di contrastare l’effetto dell’enorme facciata che sorgeva di fronte al Battistero, già nel 1322 l’Arte di Calimala adottò una politica diversa: non più statue in marmo, ma grandi porte di bronzo sul modello di quelle di Pisa. La Primaziale pisana aveva porte di legno e d’argento oltre che di bronzo, e così nel 1329 l’Arte di Calimala inviò un suo rappresentante a Pisa per studiarle, e poi a Venezia per identificare un possibile esecutore tecnico.

Quattro delle cinque porte pisane sarebbero state distrutte nell’incendio che nel 1595 devastò la Primaziale, ma la quinta, detta “di San Ranieri”, si è salvata e può suggerire il retroterra concettuale della prima porta del Battistero fiorentino, di più o meno centocinquant’anni posteriore. Si tratta di una porta istoriata tutta di bronzo, con venti scene della vita di Cristo nei riquadri di un telaio ideale: in ognuna delle valve cinque registri con due riquadri, tra fasce di figure emblematiche sotto e sopra, larghe come le valve stesse. Anche la porta di Andrea Pisano sarà divisa in venti storie in cinque registri sopra figure delle Virtù teologali e cardinali, più l’Umiltà (aggiunta per far tornare la simmetria compositiva).

Il confronto dell’opera trecentesca fiorentina con quella romanica pisana mette in luce numerose differenze, di cui la più evidente riguarda l’impaginazione delle scene, a Firenze insistentemente gotica. Laddove nel XII secolo Bonnano aveva collocato le sue figure direttamente nei riquadri del telaio, Andrea Pisano crea in ogni riquadro una cornice quadrilobata ed è in questa che inserisce le figure. La complessa geometria di questa forma (che sovrappone quattro cerchi a un quadrato girato per diventare losanga è di derivazione francese, e questo rimando all’arte d’oltralpe, dagli italiani d’allora considerata “moderna”) fu probabilmente voluto dal committente, l’Arte di Calimala, preoccupata di mettere in evidenza il proprio carattere internazionale e la conoscenza dell’elegante stile parigino, in confronto all’Arte della Lana, il cui maestro prescelto, Arnolfo di Cambio, aveva elaborato invece un idioma legato all’antica Roma, non alla Parigi contemporanea. Il modulo francese fu comunque ritenuto un elemento fondamentale, tanto che il committente l’imporrà anche alle seconde porte – quelle del 1402 commissionate al Ghiberti – e quasi certamente intendeva replicarlo ancora nelle ultime porte, quelle dette “del Paradiso”, concepite originalmente con la stessa suddivisione in venti scene istoriate e con otto figure emblematiche, esattamente come le porte di Andrea Pisano.

L’artista delle prime porte bronzee del Battistero

Firenze al secondo posto dopo Napoli

 

Chi era Andrea Pisano, e come ha avuto la più importante commissione artistica del suo tempo? Non era la prima scelta dei committenti: la prima menzione documentaria di porte metalliche da fare per San Giovanni, risalente al 1322, parla di Tino di Camaino come disegnatore dell’opera da realizzare. Il progetto tardò a decollare, e quando fu ripreso nel 1329-30 venne affidato a certo Andrea di Pontedera, che fermerà la porta in alto con le parole: ANDREAS : UGOLINI : NINI : DE : PISIS : ME : FECIT : A : D : M : CCC : XXX.  Ma perché proprio lui, Andrea di Ugolino di Nino di Pisa? Che n’era successo di Tino di Camaino?

 Nel 1323-24 Tino fu chiamato a Napoli, al servizio del Re Roberto d’Anjou, e ivi morirà nel 1337. Di Andrea di Pontedera o “de Pisis” o “Pisano”, di poco più giovane di Tino, non ci sono informazioni prima della importantissima commissione per la porta del Battistero. Come fu scelto allora? La risposta più ragionevole a questa domanda è che sia stato raccomandato dal maggiore artista del tempo, Giotto di Bondone, con il quale Andrea collaborerà negli anni seguenti per le sculture del campanile, del cui cantiere assumerà la direzione alla morte di Giotto nel 1337. Dal 1329 fino al 1333, anche Giotto si troverà presso la corte angioina di Napoli, ed è possibile che un rinnovato invito a Tino per la porta di San Giovanni, da parte dell’Arte di Calimala, abbia suscitato dal compagno pittore – da Giotto cioè – la proposta alternativa di Andrea Pisano.

Tale ipotesi è tanto più persuasiva per la evidente dipendenza di Andrea dall’arte di Giotto nelle scene della vita di san Giovanni della porta. Nell’impostazione narrativa, nelle composizioni, nella costruzione delle figure e nei drappeggi, Andrea è alunno di Giotto. La scena narrante di Salome che – avendo chiesto a Erode la testa del Battista come prezzo della sua danza – porge alla madre Erodiade il macabro trofeo, riprende esattamente l’analogo trattamento del soggetto negli affreschi di Giotto alla cappella Peruzzi a Santa Croce, di circa dieci anni prima. Qui e in molte altre scene risulta inoltre chiaro che Andrea non era del tutto a suo agio con la cornice mistilinea voluta dal committente, preferendo i campi visivi quadrati e rettangolari degli affreschi di Giotto; infatti, all’interno della moderna forma quadrilobata Andrea spesso inserisce un edificio scenico rettilineo come troviamo nella pittura di Giotto da Assisi in poi. Solo in quelle che possiamo considerare le sue ultime composizioni per la porta troviamo qualche adattamento al movimento curvo della gotica cornice quadrilobata.

 Con i suoi venti episodi distinti della vita di san Giovanni, la porta di Andrea Pisano fu il più articolato programma narrativo realizzato a Firenze nel primo Trecento, paragonabile solo al grande racconto di Maria e di Cristo eseguito da Giotto nella Cappella Scrovegni a Padova. Andrea inizia il racconto in alto, come Giotto aveva fatto a Padova, nonché nelle cappelle Bardi e Peruzzi a Santa Croce, e lo sviluppa ‘a dittico’: prima nella valva a sinistra, poi in quella a destra. In ogni registro le scene della valva destra non seguono quelle della valva sinistra, cioè, ma appartengono a un capitolo successiva della storia del Santo. La ragione di questa scelta è probabilmente la volontà di collocare nelle posizioni di maggiore visibilità – nei registri inferiori cioè – eventi chiave ma distanziati nell’ordine narrativo: il Battesimo di Cristo, ad esempio, accanto al Trasporto della salma di san Giovanni.

La sala delle tre Porte

Un unicum della museologia mondiale

 

Con l’allestimento della Porta Sud al Museo dell’Opera del Duomo alla fine del 2019, si completa il progetto museologico definito quasi dieci anni fa da Mons. Timothy Verdon insieme agli architetti Adolfo Natalini, Piero Guicciardini e Marco Magni. Si crea così a Firenze un unicum tra le grandi collezioni del mondo: la concentrazione di più esempi, strettamente collegati tra di loro, di una delle più importanti categorie di arte monumentale, quella appunto della porta di metallo istoriata.

Nella ‘Sala del Paradiso’ del Museo il visitatore potrà vedere – una a pochi passi dall’altra – le prime, le seconde, e le terze porte di bronzo realizzate per il Battistero fiorentino: la trecentesca Porta Sud, la quattrocentesca Porta Nord, e frammezzo l’opera che inaugurò l’età d’oro del primo Rinascimento, la Porta del Paradiso. A differenza di altre situazioni in Italia e all’estero, in cui si vede una sola porta, o forse due, spesso ancora agli ingressi delle loro chiese e in condizioni di imperfetta visibilità, al Museo dell’Opera tutte e tre le Porte saranno esposte in teche uguali, con lo stesso sistema d’illuminazione, dopo interventi da parte dello stesso istituto di restauro, l’Opificio delle Pietre Dure, in un arco di tempo straordinariamente breve: dalla fine del restauro della Porta del Paradiso nel 2012, gli altri due interventi hanno richiesto complessivamente sette anni. Ciò significa che il visitatore – esperto, studente o turista che sia – potrà cogliere in un’esperienza focalizzata e intensa sia le somiglianze che le notevoli differenze di stile che caratterizzano i centocinquant’anni ricoperti dalle tre Porte: dall’inizio della Porta Sud nel 1330 all’ultimazione della Porta del Paradiso nel 1452. L’intero primo Rinascimento su una parete – da Andrea Pisano, collaboratore di Giotto, al Ghiberti, primo maestro di Donatello, Paolo Uccello, Luca Della Robbia, Michelozzo. Di fronte alla parete delle Porte, poi, le statue di Arnolfo di Cambio (nella ricostruzione in scala 1:1 della sua facciata per il Duomo), e in mezzo alla Sala la Porta che, a dire del Vasari, Michelangelo considerò “degna del Paradiso”.

Sommando facciata e Porte, la Sala offrirà non solo centinaia di figure umane in marmo e bronzo organizzate in più di cinquanta ‘storie’ bibliche, ma anche la storia dell’arte di raccontare tra Medioevo e Rinascita, rendendo intelligibile l’emozionante ricerca fiorentina dell’uomo, delle sue motivazioni leggibili nei gesti e nei volti, della sua psicologia studiata nei personaggi.

Dall’ancora arcaica solennità di Andrea Pisano, alla grazia coreografica della prima Porta del Ghiberti, al dramma carico di sorprese delle scene della Porta del Paradiso, la Sala rivela l’anima europea attraverso cinque generazioni: dall’epoca di Dante a quella in cui nacque Leonardo.

Come testimonianza religiosa, infine, la Sala delle Porte potrà essere paragonata solo alla Cappella Sistina. Storie della Genesi, patriarchi, profeti, Maria, Cristo, San Giovanni Battista: una densità narrativa tutta radicata nelle Scritture Giudeo-cristiane assolutamente unica, se non, come appena detto, per la cappella dei papi in Vaticano, decorata in buona parte da artisti che ben conoscevano le tre Porte: Botticelli, Ghirlandaio, cosimo Rosselli, Michelangelo Buonarroti. Lo stesso Michelangelo che stimò l’ultima delle tre Porte “degna del Paradiso”.